Lettera aperta a Corrado Augias

Pubblicato il febbraio 3, 2011

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G.lle Dr. Augias,

mi chiamo Riccardo Valsecchi e sono un giovane giornalista italiano che vive e lavora a Berlino. Ho seguito in differita la sua intervista a La7 e, prima di tutto, vorrei ringraziarla per la scelta coraggiosa di lasciare la televisione. Una decisione che sicuramente ci priva di uno dei più importanti, per coerenza e professionalità, giornalisti del dopoguerra, ma che, d’altronde, le fa onore nel riconoscere la necessità di un’apertura ai giovani anche in questo settore. Mi auguro che Lei rimanga vicino e che continui a spronarci, sostenerci, incoraggiaci e, perché no, correggerci: se, infatti, il desiderio della mia generazione, nonché di quelle future, è avere la possibilità di crescere professionalmente, non possiamo affatto prescindere dalle conoscenze e competenze di professionisti di tal spessore come Lei.

Purtroppo, però, anch’io, come la camiciaia citata nell’intervista, trovo abbastanza stuffevole l’accanimento del giornale per cui Lei scrive sul Sexygate che vede protagonista il primo ministro Berlusconi. Non perché non ritenga disdicevole il fatto, ma piuttosto mi pare l’ennesima banalità destinata a far cadere nel dimenticatoio la necessità di una riflessione seria sui problemi reali della società italiana. Problemi che non riguardano, ahimè, solo Berlusconi o il berlusconismo.

Raccontare che il signor Berlusconi ha costruito il proprio potere economico, mediatico e politico solo attraverso attività illegali e con un atteggiamento di disprezzo nei confronti della Legislazione e Costituzione vigente è, d’altronde, una mezza verità, perché, come la benevola ignoranza della sua camiciaia testimonia, è il totale vuoto dell’opposizione politica e culturale estranea a Berlusconi che ha dato il via alla sua inarrestabile ascesa. Non si può dimenticare, inoltre, che la stessa classe dirigente, politica, culturale e imprenditoriale, che avrebbe dovuto opporsi strenuamente al dilagare del fenomeno, non ha fatto altro che favorire, dietro una maschera critica più o meno credibile, comportamenti speculari, se non identici a quelli dell’avversario. Anzi, spesso, ha esercitato potere lobbistico e coercitivo nei confronti dei giovani in maniera ancora più aggressiva dei berlusconiani stessi.

Nel campo in cui io sono un novello e lei un guru, per esempio, i media legati a doppio filo con il Primo Ministro continuano a dare più possibilità alle nuove leve, mentre coloro che, come il sottoscritto, hanno deciso di non avere nulla a che fare con la superficialità e banalità di certo tipo di comunicazione sono costretti a fuggire all’estero, perché in Italia, a meno di pochi eccelsi casi, per noi non c’è più, o forse non c’è mai stato, spazio. Ma di chi è la responsabilità? Perché coloro che dovrebbero appunto nelle nostre capacità riporre la fiducia per un futuro diverso ci ignorano? Sa quanti siamo, solo qui a Berlino, tra fotografi, reporter, giornalisti, operatori TV, nati e cresciuti in Italia e ora costretti a lavorare per media americani, inglesi, spagnoli, argentini, tedeschi e quant’altro? Qual è il futuro del nostro Paese nel dopo Berlusconi, se coloro che dovrebbero essere i pilastri di un modo nuovo di operare nel settore – non parlo di me stesso, ci mancherebbe altro, ma le assicuro che intorno c’è il fior fiore dei professionisti d’Europa -, sono completamente ignorati da chi questo settore lo gestisce? Se voi che dite di essere la risposta all’ignobile fenomeno berlusconiano, non siete stati in grado di garantirci un presente, come potete pensare di essere il futuro?

Noi siamo andati via e, almeno nel mio caso, non so se siamo disposti a tornare indietro. Eppure, più per inconscia partecipazione affettiva che per senso di responsabilità verso un Paese che ci ha trattato a pesci in faccia, ogni volta che svogliamo i quotidiani nazionali, ci chiediamo a che pro sei pagine divise tra le prostitute del cavaliere e le sue candidate a dama bianca. Dove sono finite le persone, il popolo italiano, la gente comune, quelli che si alzano all’alba e finiscono di lavorare al tramonto? È possibile che di loro, voi che dite di essere diversi dai berlusconiani, vi ricordate solo ed esclusivamente quando muoiono, si uccidono, possibilmente in maniera spettacolare o misteriosa? Dov’è finita la riflessione politica, culturale, economica, persa tra le foto di signorine che si suppone “abbiano fatto sesso con” o d’intercettazioni che iniziano tutte con “chi ha avuto modo di ascoltare dice che”? Perché ci tirate in causa, a noi che siamo scappati, solo per sapere se ci vergogniamo di Berlusconi – perché dovrei? Io non sono mai andato a prostitute, tanto meno ho mai votato Berlusconi… -, e non ci coinvolgete mai in una discussione seria sul futuro del Paese nel dopo-Berlusconi.

Gentile Dr. Augias, la ringrazio per l’attenzione e con tristezza le confido che, dopo quattro anni passati all’estero e trascorsi riflettendo sul percorso che mi ha portato a rifiutare il Paese che più amo, mi rendo conto che il motivo per cui sono andato via non era Berlusconi, ma piuttosto il fatto che, non essendo berlusconiano, non esisteva alcuna alternativa in cui, professionalmente ed eticamente, potessi inserirmi. Converrà con me che, però, questo, non è imputabile a Silvio Berlusconi, ma piuttosto a chi questa alternativa non ha saputo o non ha voluto costruirla.

Vede, sul suo giornale si scrive che per colpa di Berlusconi gli italiani all’estero hanno una pessima reputazione. Non è precisamente vero. Le confesso che il Paese in cui vivo, benché io ci tenga a sottolineare ogni qual volta la mia nazionalità, mi fa sentire professionalmente più integrato che il Paese in cui sono nato. È un dato di fatto che ci dovrebbe spingere a riflettere che cosa vogliamo che sia la vita dopo Berlusconi.

Ringraziando per l’attenzione,

porgo distinti saluti

Riccardo Valsecchi

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